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giovedì 7 ottobre 2010

Recensione "Il figlio del cimitero" di Neil Gaiman

Recensione "Il figlio del cimitero" di Neil Gaiman (ediz. Mondadori)





Tra i morti, un inno alla vita

Non conoscevo questo libro. Mi ci sono imbattuta per caso e l'ho acquistato dopo aver visto che è scritto da Neil Gaiman (autore fantasy che mi hanno consigliato più volte ma non avevo ancora letto), perché l'ironia nella trama mi ha incuriosita (Bod sarebbe un bambino normale se non fosse che la sua compagna di giochi Liza è una strega sepolta in un terreno sconsacrato, che l'insegnante Lupescu è una belva dai canini affilati, e la signora Owens è morta secoli fa), infine perché, sfogliandolo, ho visto le belle illustrazioni, cosa pressoché rara per un romanzo.

Il protagonista della storia è un ragazzino, Nobody Owens: "Nobody" come "Nessuno", perché nessuno sa quale sia il suo vero nome (in più deve "vivere nell'ombra"), e "Owens" come il cognome della sua famiglia adottiva, ossia due coniugi defunti, o, per meglio dire, dei fantasmi.
Com'è che Bod si sia trovato in questa situazione è subito raccontato nel primo capitolo, che si apre con un uomo di nome Jack che si aggira per l'abitazione con un coltello in mano; ha già ucciso genitori e figlia maggiore, quindi della famiglia massacrata ne manca solo uno, Bod. Bod è ancora un neonato quando quel giorno gattona fino al cimitero sulla collina, e qui viene adottato dai morti sotto le suppliche della madre appena "trapassata".
I coniugi Owens assumono quindi il ruolo di madre e padre adottivi, mentre un terzo elemento di nome Silas (che non è uomo né fantasma) diventa suo tutore; il loro compito è proteggere Bod dall'assassino ancora sulle sue tracce, nonché aiutarlo nella crescita e istruirlo, com'è ovvio che sia per tutti i bambini "vivi".

Nonostante questa premessa non me la sento d'identificarlo come un romanzo di formazione: la maturità, in Bod, avviene gradualmente in base all'età, dalla prima infanzia ai quattordici anni, e non ci sono avvenimenti particolari che lo spingono a maturare, quanto il classico, inevitabile e spontaneo processo di crescita.
Più che un romanzo di formazione, è un inno alla vita.
La vita normale per Bod è impossibile, fintanto che sta tra i morti; non può uscire dal cimitero perché è l'unico luogo sicuro, inoltre, grazie alla Cittadinanza del Cimitero, può fare cose impossibili per i vivi, come vedere chiaramente nel buio, vedere e parlare con i morti, addirittura incutere le sensazioni di Paura, Terrore, e l'Incursione Onirica, oltre alla Sparizione; tutto questo fa di Bod un morto più che un vivo, tanto che avere delle amicizie "umane" risulta difficile, persino con la graziosa bimbetta Scarlett, che lo ritiene un "amico immaginario".

Per fortuna, però, Bod non è affatto solo: ha tanti amici tra i fantasmi. C'è chi insegna lui qualcosa, chi gli racconta i propri viaggi, chi il proprio passato, chi lo intrattiene con le sue poesie... ma la vera compagna di giochi è la strega Liza: il capitolo che la introduce è romantico e delicato, e l'amica apparirà spesso durante la storia fino a risultare un personaggio davvero importante.

Tuttavia il personaggio "fondamentale" è Silas, il tutore.
In fin dei conti, è come se fosse lui il padre: non solo si occupa di Bod sfamandolo e occupandosi di lui al punto tale che è lui a cui deve chiedere il permesso prima di fare qualcosa, è anche il dispensatore di consigli più intimi e profondi, un vero saggio, ed è paziente (pur se severo) e gli fa capire quali siano le differenze fra l'essere vivo o l'essere morto, in sostanza, l'importanza della vita.

Questo romanzo utilizza il pretesto dei morti per far comprendere il senso della vita, e lo si percepisce anche attraverso la canzone che la signora Owens canta al neonato Bod appena lo accoglie tra le sue braccia, una bellissima canzone capace di regalare intensità ed enfasi emotiva, specie perché la signora Owens riuscirà a ricordarsi le strofe finali proprio alla fine del romanzo, che coincide con la crescita di Bod.

Un'altra riflessione che mi è sorta durante la lettura, è che non esistono i fantasmi "cattivi" in questo romanzo, i fantasmi sono sempre dalla parte di Bod e anzi, lo proteggono come fosse la cosa più preziosa al mondo. I veri "cattivi" sono le persone, l'uomo di nome Jack, l'assassino, il vero mostro (altro che lo Sleer!) capace di uccidere a sangue freddo persino un indifeso neonato.
Penso davvero che siano più temibili gli esseri umani dei fantasmi, tuttavia abbiamo quest'istinto che ci spinge ad agire come se fosse ciò che non conosciamo a farci più paura, un atteggiamento riscontrabile in Scarlett (l'amica umana), e che Silas giustifica dicendo: "La gente vuole dimenticare l'impossibile. Rende più sicuro il loro mondo".

In conclusione, non posso di certo sorvolare sulla grande capacità immaginaria dell'autore; in ogni capitolo c'è un episodio sorprendente (sono rimasta stregata dalla "Macabradanza", ad esempio) e a questa fantasia sfrenata si aggiunge il merito dell'originalità.
E quel che fa la differenza, a mio parere, va letto.

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