giovedì 7 ottobre 2010

Incantevoli occhi di vetro: prologo

Rubrica che raggruppa tutte le notizie su di me e le mie opere; 
un viaggio sulla luna ("pianeta donna" per eccellenza) e ritorno! ;)

"Incantevoli occhi di vetro"

Prologo

Questa è una storia di magia e verità, d’illusione e certezza.
Un connubio tra la realtà dei fatti e la fantasia improbabile.
Sono due forze contrastanti, eppure, più vicine di quel che si possa pensare: in certe occasioni sono parallele, talvolta, addirittura intrecciate.
In ogni caso, non sarò io a creare confini, perché ho imparato a credere a entrambe le fazioni; inoltre credo che le definizioni siano inutili e superficiali se messe a confronto con ciò che è veramente importante.
E la cosa veramente importante, è che ora Arianna è felice.
Se lei lo è, lo sono anch’io.
Perché Arianna è la mia bambina.

Il giorno della nascita pianse indispettita, e con i pugni stretti in una morsa ferrea, gridò al mondo il suo arrivo; anziché turbarmi, la sua voce per me era come il canto delle cicale, un gridolino ritmico e tenero.
Era un essere speciale, unico; come ogni bambino per sua madre.
Vestita con la morbida tutina rosa, quando non gattonava, si poggiava sul pannolino e giocava a incastrare le forme: triangolo giallo, quadrato rosso, cerchio verde ed esagono blu; confondeva sempre il quadrato rosso con il cerchio verde, ma non gli davo peso perché dopo qualche tentativo riusciva comunque nell’impresa.
All’asilo le maestre mi dicevano che era la bambina più fantasiosa: i soggetti dei disegni erano comuni, ma si differenziavano per gli abbinamenti dei colori sgargianti; nel suo mondo immaginario c’erano il cielo azzurro e il sole giallo, ma l’erba era fucsia, le foglie dell’albero erano lilla e le arance di un bello smeraldo.
I suoi occhi vedevano un mondo magico, fluorescente.
Ero molto lontana dalla realtà e lo capii in uno dei suoi primi giorni di scuola.
Finite le lezioni tornai a prenderla e mi venne incontro piangendo, con il grembiule macchiato di terra ed erba.
«Arianna, tesoro, che ti è successo?»
«Stefano mi ha spinto!»
«Spinto? E le maestre dov’erano?»
«E’ stato durante la ricreazione! Siamo usciti tutti quanti per giocare a pallone e lui... lui... »
Stava ancora singhiozzando quando soffocò il viso nel mio giacchetto: vidi la testolina bionda di Stefano sbucare dietro le spalle di mia figlia; andava allegramente incontro a un parente che poi scoprii essere suo zio.
Con sorpresa, il bimbo mi precedette con aria saccente:
«Arianna, di che colore è l’altalena?»
Spostai lo sguardo sull’oggetto in discussione: era rosso.
«Di che colore è? Rispondi!» insistette ridendo, finché lo zio gli diede una lieve sculacciata e gli impose di chiedere scusa.
Francamente non la sentii, forse la mormorò, ma poco importa; mi rivolsi alla piccola in lacrime e glielo chiesi anch’io, dolcemente, e in più di un tentativo.
«Dai, se me lo dici ti faccio salire e dondolare un altro po’. Poi però andiamo a casa.»
«E’... »
«Sì, avanti, so che lo conosci.»
«Verde?»

Gli occhi di Arianna non si aprivano dinanzi a un magnifico mondo di colori variegati: riconosceva i blu, i gialli, i neri e i bianchi, ma tutto il resto era un’esaltazione di grigio e ocra; non era in grado di distinguere il rosso né il verde, così come tutte le sfumature e le gamme che ne derivano.
Arianna non era come tutti i bambini, faceva parte di quel misero un per cento di probabilità genetica per cui una femmina nasce daltonica; all’epoca mi documentai, scoprendo ad esempio che per i maschietti c’è una probabilità leggermente più alta, l’otto per cento.
Quei calcoli mi facevano sentire in colpa: c’era qualcosa di sbagliato nei miei geni o in quelli del mio defunto marito se Arianna era così sfortunata, e infatti, da alcune indagini familiari, scoprii che suo padre ne era inconsapevolmente affetto, mentre io, ne sono una portatrice.
«Un per cento.» Continuavo a ripetermi.
Un giorno, finalmente, trovai coraggio, e decisi che avrei fatto tutto il possibile purché non si sentisse diversa.
D’altra parte non era un problema così drammatico e nulla cambiava: eravamo sempre io, Arianna, e il suo mondo fantasioso; semplicemente, questo mondo non era frutto della sua immaginazione, ma la realtà attraverso i suoi grandi occhi verdi.



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Questa opera di Valentina Bellettini è sotto la licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License.

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